
Gallipoli prima…..
Sono nato a Gallipoli nel 1979. Questo significa che ho trascorso la mia adolescenza nel corso degli anni 90, un decennio che ho vissuto e ho carpito profondamente dagli 11 ai 22 anni. Essendo stato adolescente, maggiorenne, liceale, diplomato e poi espatriato proprio in quel decennio, ne riesco a cogliere ogni sfumatura anche a distanza di vent’anni. Credo di essere nelle condizioni privilegiate per poter vedere quegli anni in maniera oggettiva e di poterne accettare ormai serenamente tutte le contraddizioni.
Gallipoli in quegli anni era un posto molto particolare. La zona in cui vivevo era un covo di potenziali e reali malviventi. Nel mio quartiere l’uso della lingua italiana come mezzo di comunicazione non era contemplato. Vi era una forma di dialetto dal suono greve e dalla fonetica estrema. La bestemmia era un’arte. C’era chi la usava nel modo più pittoresco ma allo stesso tempo efficace, chi vi ricorreva più saltuariamente e chi la usava come mezzo di nomenclatura. Vi sono alcuni santi dei quali non avrei mai scoperto l’esistenza se non fosse stato per le bestemmie del mio quartiere: i Santi Cosma e Damiano, individuati entrambi come Santi Medici erano i più gettonati, forse perché protettori della città. Insieme ai santi Cristina e Sebastiano, anch’essi protettori. Forse maledirli era un modo per benedirli, un segno di attaccamento alla propria terra in un sentire bipolare di amore e odio. Molti di questi bestemmiatori seriali, infatti, erano puntuali ogni Domenica in chiesa. All’epoca pensavo che la loro solo presenza in quel luogo sacro fosse un oltraggio.

Nel mio quartiere in quegli anni si bestemmiava per molti motivi. Ciò che ad occhi disattenti poteva apparire futile e insignificante di colpo acquisiva gravità, peso, importanza, grazie ad una bestemmia ben assestata. L’aumento dei prezzi, il racconto di una disavventura, l’apprezzamento per una ragazza, o anche come semplice intercalare senza alcun significato.
Nel mio quartiere si udivano e si vedevano cose che era difficile testimoniare altrove. In pieno meriggiare, durante la controra, si udivano le grevi note della musica dance, non certo concilianti con il sonno. I botti facevano tremare le finestre. Era un modo per sfidare la morale comune, un mezzo per far capire chi comanda usato dai già citati malviventi. Leggenda narra che uno di essi avesse rubato le casse dalla giostra della festa patronale. Le casse della giostra erano nel nostro immaginario ciò che di più assordante si potesse pensare. Girava voce che la loro potenza arrivasse a mille watt e che quando in funzione si muovessero in avanti senza essere spinte da nessuno.
In piena tradizione cinematografica italo americana, i ragazzi più svegli e meglio ammanicati con gli ambienti del crimine venivano chiamati figli di puttana (fiji te zzoccula). Essere chiamato fiju te zzoccula non era affatto un’offesa, ma il complimento più bello che si potesse ricevere. Il tasso di gradimento dei fiji te zzoccula era altissimo, tutti li salutavano, tutti volevano ascoltare le loro storie torbide di botte, di soprusi, di sottrazioni dei ciclomotori, di spedizioni punitive fuori dalle mura cittadine….erano dei miti viventi. Quando più fiji te zzoccula si riunivano tra loro poteva succedere di tutto. Un esempio per tutti: nello stradone principale del mio quartiere, Viale Europa, proprio dirimpetto a dove abitavo, la strada e il marciapiede formavano una specie di insenatura triangolare. Al centro del muro vi era una fascia grigia rialzata, sulla sinistra invece si ergeva un palo della luce che non ho mai visto acceso. Non senza fantasia, questa zona del mio quartiere sembrava a tutti gli effetti l’area di rigore di un campo da calcio. Mancava un solo dettaglio, il palo di destra. I fiji te zzoccula erano soliti quindi assoldare a questo compito dei malcapitati, i quali, a turno, nel corso delle loro partite, dovevano rimanere ritti e immobili, proprio dei perfetti pali. Ovviamente non erano tenuti a reazioni di alcun tipo qualora la palla sbattesse con forza sulle loro teste, parti basse, o qualsiasi altro punto del corpo. Questo perché il palo che si muove cessa di essere tale.

Questi malcapitati, pescati di solito fra i più giovani e meno svegli, dovevano praticamente diventare inanimati come il palo della luce alla loro destra. A loro quindi l’atroce dubbio se rimanere ritti ed essere riempiti di dolorose pallonate o rifiutarsi ed essere riempiti di schiaffi.
Gli stessi artefici di questi misfatti, i famigerati fiji te zzoccula si distinguevano per una memoria fotografica impressionante. Spesso, in gruppo, si appostavano sul ciglio della strada per dei veri e propri posti di blocco. Prima della nascita della Polizia Municipale c’erano infatti loro. Quando uno di noi, in sella ad un ciclomotore o ad una Vespa, passava di lì, veniva prontamente richiamato con un fischio assordante, proprio come farebbe un vigile. Qualora ti fosse venuto in mente di non fermarti o di far finta di non sentire, il tuo volto veniva fotografato dalla loro infallibile memoria e alla prima opportunità nessuno ti avrebbe negato un paio di schiaffi a mano aperta. Dopo averti fatto accostare si presentavano tre opzioni: A- Il passaggio. Senza il minimo interesse per i tuoi impegni, incluso doverti recare a scuola, la tua disponibilità a dare loro un passaggio era cosa assodata. Spesso gradivano montare in sella al motorino e al comando mette rretu (fatti indietro) dovevi lasciar loro il posto di guida. A quel punto dovevi sperare che il sequestro di persona e di ciclomotore durasse il meno possibile e si limitasse al passaggio in una vicina sala giochi. Mi è capitato anche di dover saltare un intero giorno di scuola, mio malgrado, perché la mia compagnia era tanto gradita da darmi modo di sostituire le lezioni di Latino e Greco alle partite di biliardo in una nuvola di fumo di sigaretta. B-Il prelievo. Poteva capitare che il tuo mezzo di locomozione fosse di loro particolare gradimento, specie se nuovo. In questo caso uno di loro lo prendeva in custodia per poche ore o per qualche giorno, fino ad eventuale riconsegna. Quando capitò a me fui costretto a passare parola ad un amico molto influente nell’ambiente e il motorino mi fu restituito il giorno dopo con l’assicurazione che era stato fatto il pieno di benzina.

C – Gli schiaffi. Lo schiaffo a mano aperta, solitamente da sferrare dopo un intenso tiro di sigaretta, era il mezzo punitivo più comune. Come per le bestemmie, anch’esso era solitamente legato a futili motivi. Una volta fermato il malcapitato, la punizione veniva eseguita prontamente. Eventuali spiegazioni venivano fornite solo successivamente. Lo schiaffo poteva essere causato da uno sguardo reiterato verso la ragazza sbagliata, uno sguardo apparentemente minaccioso nei confronti di uno di loro. A volte la motivazione non veniva fornita, in quel caso voleva dire che a qualcuno di loro eri semplicemente antipatico, a pelle (me stae su u cazzu).
I fiji te zzoccula si riunivano in questi covi indicati come sale giochi, ogni gruppo aveva la sua sala giochi di riferimento. In questi posti si faceva un uso smodato di sigarette, la nuvola di fumo era immancabile a qualsiasi ora del giorno. Vi erano uno o più biliardi all’Italiana, biliardi all’americana, biliardini, videogiochi e slot machines, che verso la fine del decennio divennero macchine poker illegali. Nessuno mai era sprovvisto di una bottiglia di birra rigorosamente di marca Dreher. In alcune sale giochi si trovavano anche le sigarette, ovviamente di contrabbando, ed era possibile perfino acquistarle singolarmente, alla modica cifra di 100 lire al pezzo.
In quel periodo era facile assistere alle cosi dette spedizioni punitive, in gergo schiaffisciate o sarciane. I nostri eroi, in sella ai loro motocicli, si recavano in gruppi molto folti, anche di 10 o 15, solitamente per picchiare una o due persone. Inutile dire che anche in questi casi i motivi erano molto futili. Era impossibile non accorgersi che presto ci sarebbe stata una sarciana da qualche parte. Gli indizi erano inequivocabili. Un ronzio assordante di motori di ogni tipo che fra di loro si univano in un concerto inquietante.
In queste occasioni i motocicli occupavano la carreggiata interamente e chi si trovava in macchina subito dietro era costretto semplicemente a rallentare e pazientare.

Quand’ero in terza media mi innamorai di Giulia, forse anche lei di me, tanto da farmi pensare che eravamo fidanzati. Che fossimo davvero ufficialmente fidanzati, lo seppi perché lei, che frequentava un’altra scuola, mi mandò una missiva tramite un conoscente comune. Voleva fare un giro con me in motorino. La andai a prendere e da quel giorno fui convinto di essermi fidanzato, anche se mai nessuno lo aveva ufficializzato verbalmente. Ero cosi convinto di essere diventato il fidanzato di Giulia che lo comunicai con entusiasmo a chiunque, finché la voce giunse a uno di loro, che per mia sfortuna nutriva per Giulia i miei stessi sentimenti. Fui vittima di una sarciana sotto casa, in puro stile brigatista, tre di loro mi picchiarono senza fornire spiegazioni. Dopo l’agguato uno di loro chiuse la faccenda dicendo cusi te mpari cu nzurti a Giulia (Sicuramente ora imparerai a non importunare Giulia). Io e Giulia, complice anche la distanza delle scuole, non ci vedemmo più, e quando la incontrai per strada evitai di salutarla.

Ad un certo punto tutto questo inferno finì. Io e i miei amici, chi più e chi meno vittime di questi spiacevoli episodi, venimmo a conoscenza di un luogo magico: la Baia Verde. Non so dire se la Baia Verde sia una frazione di Gallipoli, una località marina o cos’altro, oggi mi viene da pensare che il fatto che per indicarla si usasse l’articolo determinativo “la” la rendesse speciale differenziandola da ogni altro luogo.
Negli anni 90 la Baia Verde era l’esatto contrario del mio quartiere. Un agglomerato di case vacanza a due passi dal mare, acquistate e usate per la villeggiatura da facoltosi industriali soprattutto del Nord. Alla Baia Verde trovammo esemplari umani di Milanesi, Torinesi, Veneziani e Genovesi che parlavano in Italiano, come a scuola, e non bestemmiavano.
La Baia Verde era priva di sale giochi e di fiji te zzoccula, pertanto era impossibile o molto improbabile che le ragazze della Baia Verde fossero state già opzionate da uno di loro. Ciò significava che potevamo liberamente conquistarle senza alcuna ripercussione.
La Baia Verde aveva aiuole curate, fiori e perfino un campo da tennis, il nostro luogo di ritrovo. La Baia Verde era a due passi dal mare, dove la sera si facevano i falò con le chitarre. Io ed un gruppo di miei amici decidemmo di trasferirci in blocco alla Baia Verde. I nostri genitori erano contenti di saperci in un luogo privo di bestemmie e lontano dal pericolo incombente degli schiaffoni. Noi eravamo pervasi da una gioia incontenibile, un po’ come nel film The Beach con Leonardo di Caprio.
La mia festa dei diciott’anni si tenne a casa di Daniela di Milano e vantò presenze da tutta la penisola. Posso dire con certezza che la Baia Verde sia la prima cosa veramente bella capitata nella mia vita.

Gallipoli dopo….
Oggi, più di vent’anni dopo, attraverso varie peripezie i casi della vita mi hanno portato a vivere a Padova. Mi trovo quindi nella non comune posizione di chi trascorre le vacanze estive nello stesso posto in cui è nato. Il luogo al quale la gente comunemente associa l’ombrellone, la crema solare, il cruciverba e il riposo, per me è anche sentimento e ricordo. Ironia della sorte, i miei suoceri possiedono una casetta proprio “alla Baia Verde” dove da qualche anno io e la mia famiglia trascorriamo parte delle nostre vacanze.
Anche la Baia Verde però purtroppo, come tutte le cose reali, è soggetta all’impermanenza e alla transitorietà dei fenomeni. Alla Baia Verde oggi nulla è come negli anni ‘90. Sovrappopolata e con un costante e serio problema di smaltimento dei rifiuti, la Baia Verde è popolata da avventori di una tipologia piuttosto strana. La loro età oscilla fra la preadolescenza e l’adolescenza. La ricerca di un’identità, tipica di questo momento della vita, si traduce in chiappe costantemente nude per le ragazze e camice bianche con le ascelle pezzate per i ragazzi. Sono soliti occupare appartamenti famigliari anche in 10 persone, appartamenti che in serata si trasformano in vere e proprie discoteche, in spregio ad ogni senso del vivere civile. La netta superiorità numerica di questi tipi di vacanzieri rende vano ogni tipo di lamentela; per un gruppo di ragazzi che ti concedono di abbassare il volume del loro disco/appartamento, altri 99 rimangono in piena attività. Nelle notti infernali, sia per le condizioni che per la temperatura, ogni tanto si ode un timido “Basta!” che si disperde fra le note della Dance commerciale o fra le urla di adolescenti ubriachi in cerca di una personalità.
A volte io e la mia compagna abbiamo la pessima idea uscire con il passeggino la sera per addormentare i nostri figli. Alla Baia Verde del 2021 però, anche una meritata passeggiata tranquilla in ciabatte può tramutarsi in supplizio. Sigarette che come torce incandescenti cadono dai balconi, navette porta adolescenti che sbucano dai vicoli all’impazzata a velocità da rally di Montecarlo, Dante ha dimenticato di inserire nel cantico dell’Inferno il girone della Baia Verde.

Il nostro tragitto verso il mare la mattina, con un po’ di sforzo e di tolleranza però, può diventare un terreno di studio sociale niente male.
Ci districhiamo con il nostro ingombrante passeggino gemellare in una selva di culi nudi e ascelle pezzate, un odore acre ci spacca le narici ogni volta che un gruppo nutrito di loro ci passa davanti. Si tratta del mix di olezzi più deleterio che esista: sudore e malizia pour homme (pensavo lo avessero ritirato dal commercio). Intorno a noi una discarica a cielo aperto ci rende il cammino tortuoso: rifiuti di ogni tipo sul ciglio della strada: lattine, carte plastificate, bicchieri di bibite consumate con tanto di cannuccia, una volta avvistai perfino un pomodoro. Questa strana tipologia di adolescente non sembra avere il minimo rispetto per la città che lo ospita.

Interessante è il momento in cui folti gruppi di costoro ci impediscono il transito. Bisogna urlare “permesso” diverse volte, prima che timidamente uno di loro faccia notare agli altri la nostra presenza. D’altronde una coppia con due gemelli di tre anni e un passeggino mastodontico è davvero fuori luogo. Ogni tanto, da buon professore rompiballe, origlio le loro conversazioni. Tutte le loro attenzioni sono rivolte ad accaparrarsi questo famigerato “tavolo” in discoteca (o una forma di discoteca pomeridiana ideata per raggirare le norme anti covid). In quasi tutte le conversazioni che ho origliato compare la parola tavolo, “Volete fare un tavolo con noi?” “Le fighe poi vengono a ballare intorno al tavolo” “Se volete il tavolo dovete dirmelo entro un’ora” Pare che questa questione del tavolo per loro sia estremamente importante.
Io li guardo e penso “non vorrei mai tu fossi un mio studente” loro invece mi guardano e pensano “cosa cazzo vuoi”…. e forse hanno anche ragione.
Mi capita di fare un giro anche nel quartiere dove sono nato. Le amministrazioni comunali hanno fatto vedere un accenno quasi impercettibile di riqualificazione. Sono comparse dal nulla delle altalene e degli scivoli dove una volta vi erano sterpaglie e panchine arrugginite. Le operazioni di polizia dei primi anni 2000 hanno sgominato la criminalità di strada, o almeno quella è l’impressione.
E’ incredibile come le cose cambino negli anni. Il tempo a volte può essere galantuomo e a volte fiju te zzoccula