…….di conseguenza contiene spoiler

Nel 1979 Pino Daniele cantava Chi tene ‘o mare porta ‘na croce, chi ha il mare porta una croce. Sarà forse per questo che all’uscita dal cinema, dopo aver visto “E’ stata la mano di Dio” mi sento una croce pesante sulle spalle, mi sento come se mi avessero preso a pugni e calci per tutto il tempo, mi sento l’anima violentata, violata nei suoi segreti più intimi, squarciata da immagini e parole che risuonano ancora nella mia testa, a distanza di giorni.

Immagino ancora il regista Capuano che con l’abisso blu del mare di Napoli alle spalle, intima dolcissime minacce al protagonista Fabietto, avrei voluto avere un telecomando al cinema per poter vedere e rivedere quella scena mille volte.
Questo film è pieno di bellezza. La bellezza del calore familiare, dell’accoglienza primordiale, delle cene corali e variopinte dal sapore felliniano, la bellezza del tramonto che con le sue luci risalta il blu profondo del cielo e del mare di Napoli, la bellezza di un’epoca trasognata, spensierata, vivida, immortalata. Questo film è opera d’arte nella più alta delle accezioni, come la intendeva Oscar Wilde. E’ superficie, è simbolo, è profondità, è lo spettatore che si vede riflesso come in uno specchio, è magia.
La storia di Fabietto è talmente potente da non farti mai riuscire a rimanere nella stessa posizione, da farti contorcere su quella poltroncina del cinema, dalla quale impreparato non riesci a contenere tutto quello che ti arriva. E’ imbarazzante perché ti denuda. E’ poesia.
Sembra un colpo di genio far morire i suoi genitori proprio mentre il Napoli vinceva il primo scudetto della sua storia, l’inferno dentro di sé e il paradiso fuori, per le strade di Napoli. La perdita degli idoli della tua infanzia mentre Napoli trovava in Maradona il suo idolo immortale. Sembra un colpo di genio ma non lo è. E’ davvero ciò che da adolescente accadde al regista, è la sua storia. Quasi a smentire quella frase che, come un mantra, aleggia per tutto il film: “la realtà è scadente”. Sarà stata senz’altro dolorosa la realtà di Paolo Sorrentino del 1987, ma tutt’altro che scadente però se dalla realtà il regista ha poi partorito un tale capolavoro.
L’ ossessione di non averli potuti vedere un’ultima volta da quel momento ti accompagna nel suo dolore. Quella ossessione che Fabietto ripeterà allo sfinimento “Non me li hanno fatti vedere, non me li hanno fatti vedere” dirà esasperato. Ma da questo vuoto, da questa mancanza, da questo supplizio del destino che gli ha negato un ultimo saluto, scaturirà il genio di Paolo Sorrentino. Il genio de “L’uomo in più”, “Il divo”, “La grande bellezza”, “ Le conseguenze dell’amore” e soprattutto “E’ stata la mano di Dio”.
E che fortuna aver trovato sulla sua strada il regista Capuano. Quello che gli sbatterà in faccia la verità, nuda e cruda, la verità angosciante proprio nel momento dell’angoscia, la verità che ti fa crescere nel giro di pochi minuti. Tutti noi dovremmo avere un Capuano nella nostra vita, qualcuno senza peli sulla lingua, con a cazzimma di dirti ciò che non vuoi sentirti dire, che da solo non puoi capire, oscurato dal tuo ego o dalle tue miserie quotidiane. Capuano è l’angelo custode che ti prende a sberle, l’amico di una vita che si permette ogni confidenza verbale. E’ lui che gli dirà che dovrà superare quel momento tirando fuori i palle e che adesso senza genitori avrà si un dolore immenso dentro di sé, ma sarà libero. Libero da condizionamenti e da modelli, libero da qualcuno da dover rendere orgoglioso.

“E’ stata la mano di Dio” è la storia di chi parte e lascia il mare alle sue spalle per cercare maggior fortuna, e più passano gli anni e più vede quel mare sempre più bello, sempre più blu, sempre più suggestivo, sempre più simbolico. Per tornare ad Oscar Wilde questa è opera d’arte eccellente oltre ogni ragionevole dubbio: vitale, complessa, mostra la mano dell’artista nascondendola al tempo stesso. E’ più che mai arte intesa come tale nella prefazione di Dorian Gray. E’ opera eccellente perché those who go beneath the surface do so at their peril” “coloro che decidono di andarci a fondo lo fanno a loro rischio e pericolo”. Dalle prime battute del film, da quando la famiglia di Fabietto si riunisce, capisco che qualcosa di profondamente mio è destinato a palesarsi nel corso di queste due ore. Decido quindi di andare a fondo, a mio rischio e pericolo. Il risultato è un indicibile misto di gioia e tristezza, qualcosa che vorrei abbracciare ma presto mi rendo conto sia troppo grande per poter essere contenuta nel mio abbraccio. E’ allora che Capuano mi scuote. “Non ti disunire”. In questo magma di emozioni contrastanti vi è un senso unitario, non bisogna disunirsi, non bisogna tradirsi, non bisogna mai dimenticare le proprie origini, chi siamo stati, con chi siamo stati e come siamo stati, per costruire ciò che saremo.

E poi c’è lui. Diego Armando Maradona, il divino. Il suo spirito aleggia per tutto il film, la sua figura veglia sui destini della famiglia Schisa e su tutti i napoletani. Maradona sarà in qualche modo presente in tutto il film anche quando non si vedrà, proprio come un dio. Prima del 1984 è atteso, agognato, sognato. C’è chi giura di vederlo per strada, come un’apparizione. C’è chi si interroga se verrà o non verrà, “i giornali scrivono queste fesserie per vendere più copie” dirà il papà di Fabietto dissacrando il sogno. Fino al 5 Luglio ’84 Napoli si chiede se davvero meriti una cosa del genere. Quando Maradona arriverà la famiglia di Fabietto e tutti i napoletani non potranno crederci, e vivranno un qualcosa che ancora oggi sembra incredibile sia potuto accadere. Maradona si rivelerà talmente divino da salvare letteralmente la vita di Fabietto, come la mano di Dio.

Di ritorno a casa mi trovo la testa dentro un collage di suggestioni, rimandi, possibili intuizioni e significati nascosti, da non poter fare a meno di scriverne. Non una recensione, non un articolo, non qualcosa dalla forma definita e definitiva, una “cosa” che serve a non disunirmi come Fabietto, a dare un senso logico a ciò che con la logica non si può spiegare.
Un piccolo consiglio, se avete visto questo film e non avete pianto, non preoccupatevi, come dice zia Patrizia, si vede che non è momento.
bravo.
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